Convegno “Donne e giornalismo”

L’associazione Ripensandoci è lieta di invitare la S.V. al convegno “Donne e Giornalismo” inserito nella rassegna Itinerario Rosa del Comune di Lecce.

Nell’evento che si svolgerà il 9 aprile 2010 presso il Conservatorio S. Anna (Lecce) ore 18:00 oltre all’excursus storico sarà affrontata la natura dell’attuale giornalismo italiano e il ruolo che oggi le donne occupano. Un problema ancora irrisolto è dovuto al fatto che non ha ancora conquistato la sua dimensione politica.

Attraverso l’analisi di una rete di articoli ‘scritti da donne’ si cercherà di catturare uno scorcio di Salento femminile. Verrà infatti illustrato come la rappresentazione della donna in alcuni periodici salentini (1884-1943) ha tenuto in conto il femminile e lo ha contraddittoriamente ‘promosso’, politicizzando e sacralizzando il privato e chiamando le donne a ruoli e presenze pubbliche.

Parteciperanno alla discussione la prof. Rosanna Basso docente di Storia contemporanea e di Storia di genere dell’Università del Salento, Laura Longo collaboratrice di Ripensandoci.com. e del Nuovo Quotidiano di Puglia. L’incontro sarà moderato da Rossella Bufano direttore editoriale di Ripensandoci.com.

La rivista on line Ripensandoci. com , prendendo spunto dai vecchi salotti, nasce con lo scopo di incitare alla lettura e di discutere sull’attualità.

La partecipazione è gratuita ed è rivolta a tutti i cittadini.

Per info chiamare allo 0832/304445.

Stereotipi ed eccezioni

 di Emanuela Boccassini

L’uomo romano, sin dall’epoca arcaica, cerca di imporre alle donne un suo stereotipo comportamentale, creando dei modelli a cui tutte si devono adeguare per essere reputate “matrone virtuose”. Crea così personaggi, fittizi o reali, che incarnano le doti di onestà e integrità necessarie alla diffusione della giusta morale. 
I primi esempi sono offerti da Cornelia e da Lucrezia. La prima (madre dei Gracchi), è la moglie univira che durante tutto l’impero romano l’ideale maschile agogna. Ella è la moglie fedele anche dopo la morte del proprio marito, esibisce i figli come «i suoi gioielli», invece di ostentare ricchi monili. La seconda, per evitare l’uccisione e l’infamia di un «vergognoso adulterio» con uno schiavo nudo accanto al suo cadavere, subisce la violenza del re etrusco Tarquinio il Superbo. Davanti allo sguardo di marito e padre, dopo aver raccontato l’accaduto e aver ottenuto la promessa di vendetta, si suicida «perché in futuro, seguendo il suo esempio, nessuna donna viva disonorata».

Ottavia: il modello tradizionale femminile in epoca imperiale

Nel periodo imperiale Ottavia, moglie di Marco Antonio e sorella di Ottaviano, rappresenta il nuovo prototipo di donna. Naturalmente la propaganda augustea influenza le fonti che la dipingono come donna eccezionale accentuandone le doti fisiche e intellettuali. Ottavia, tuttavia, è l’esempio del “mos maiorum” romano: è «moglie e madre virtuosa, devota alla famiglia, anche a scapito della propria soddisfazione personale», che non abbandona la casa, cresce e guida le figlie, nonostante il comportamento dissoluto del marito. Inoltre Ottavia si presenta come la “tutrice” della «famiglia allargata» voluta da Ottaviano: accettando gli altri figli di Antonio (anche quelli avuti con la regina Cleopatra), aiuta il fratello a rafforzare e disporre la trasmissione del comando attraverso le adozioni. Questo ruolo permette a Ottavia di avere una posizione influente e di intervenire nella gestione del potere come consigliera e consanguinea.

Ortensia il simbolo dell’emancipazione femminile

Appiano (Guerre civili, 4, 32-34) e Valerio Massimo narrano di un evento alquanto straordinario avvenuto a Roma nel 42 a. C.: un discorso pubblico tenuto da una donna, Ortensia, figlia dell’oratore Q. Ortensio Ortalo. A causa di un provvedimento fiscale alcune facoltose matrone devono versare un «contributo» alle spese militari dei triumviri, stabilito in base al proprio patrimonio. Le signore romane, dopo avere cercato, invano, l’appoggio delle donne legate ai triumviri, sono costrette a una pubblica richiesta di esenzione. Così, scelta la loro portavoce, Ortensia si presenta dinanzi al tribunale e pronuncia il suo discorso. Con sagacia l’oratrice si concentra sui costumi romani e fa leva sulla «tradizionale ideologia maschile», basando la propria arringa sui diritti e doveri delle donne. Alla fine Ortensia riesce solo a diminuire il numero delle donne costrette a versare il proprio contributo, ma rappresenta la svolta delle donne all’interno del mondo romano presenziando al foro, luogo prettamente maschile.

Approfondimenti

Bibliografia

- E. Cantarella, “L’ambiguo malanno”, Editori Riuniti, 1981;
- F. Cenerini, “La donna romana”, Il Mulino, 2002;
- G. Duby-M. Perrot, “Storia delle donne. L’Antichità”, (a cura di) Pauline Schmitt Pantel, Laterza, 2002.

Articolo tratto da Ripensandoci

Madame de Lambert

Dal suo salotto pone l’accento sull’educazione femminile

di Emanuela Boccassini

Nel variegato mondo salottiero una dama si distingue come “padrona di casa” di uno dei più importanti salotti parigini e, soprattutto, come scrittrice, Ann-Thérèse de Maruenat de Courcelles, marchesa di Lambert (Parigi 1647 – Parcieux, 1733). Madame de Lambert con il suo salotto – aperto nel 1710 -, in cui letterati e mondani uniscono con equilibrio il divertimento alle discussioni filosofiche e scientifiche, ha il desiderio di «difendere i valori di una tradizione mondana… minacciata dalla frenesia di cambiamento, dal libertinaggio».
 
Il salotto degli “opposti”

Per la dama francese tutto è proiettato in una “dimensione interiore”: la galanteria, la stima agognata, lo “spirito”, l’educazione, ogni aspetto della mondanità e della cultura deve avere come scopo precipuo «la ricerca della felicità sulla terra».
L’aspetto più interessante del suo salotto è il connubio tra gli opposti: realtà e ideale basato sulle aspirazioni personali, antico conformismo – in modo principale è evidente il suo richiamo alla “Camera azzurra” di madame de Rambuillet – e moderno «spirito critico». Il suo salotto diviene così, per i letterati, l’obbligatorio punto di passaggio per entrare nell’Accademiè.

Una pioniera del femminismo

Donna di cultura, la cui conoscenza comprende classici greci e latini (Plutarco e Seneca) e scrittori fino ai contemporanei, la marchesa sfrutta le proprie letture per analizzare e affrontare con solennità il ruolo, che ricopre, di madre, moglie aristocratica e amministratrice dei beni.
Rivolge un occhio di riguardo alle donne, argomento prediletto delle sue opere, tanto che la marchesa potrebbe, per taluni aspetti, essere considerata la pioniera dell’emancipazione femminile. I suoi lavori (“Discuors sur le sentiment d’une dame, lettre sur l’education d’une jeune demoiselle”, 1715, “Réflexions sur le fammes”, 1715-23) e ragionamenti sono rivolti in primo luogo a dibattiti inerenti l’educazione, principalmente quella femminile, esaminando, in maniera analitica la condizione «di ingiusta disuguaglianza» del gentil sesso.
«In tutti i tempi è stata trascurata l’educazione delle donne, non c’è attenzione che per gli uomini, e le donne, come fossero una specie a parte sono state abbandonate a se stesse prive di aiuto, senza pensare che compongono la metà del mondo».

L’importanza dell’educazione

La marchesa “lotta” per l’indipendenza femminile che si deve attuare in virtù di una “rivalutazione della diversità” della donna, alla quale “deve” essere riconosciuto il diritto a ragionare ed esprimersi. Alla donna è necessaria un’istruzione, grazie alla quale può essere in grado non solo di ricoprire cariche importanti, ma anche di mostrare la vera personalità, libera dalle etichette stabilite da altri.
Madame de Lambert attribuisce proprio alla mancanza di un’educazione l’incapacità femminile di «governare le proprie emozioni». Per questo nelle sue opere cerca di invogliare le appartenenti al suo sesso a prendere parte alla vita sociale e politica, sfruttando la propria “individualità” – che non deve essere considerata un punto debole, ma al massimo un punto di partenza – e l’educazione in modo da creare una coscienza e una morale che si allontani dai falsi stereotipi creati dall’uomo. Infatti suggerisce un’identità che sia «contraddistinta dall’armonizzazione fra raffinatezza e vigore, sicurezza e capacità di capire l’altro».
Per madame de Lambert è essenziale il decoro tanto nella vita quanto nelle conversazioni e discussioni letterario-filosofiche.

Approfondimenti

Bibliografia e sitografia

- Cravera Benedetta, “La civiltà della conversazione”, Milano 1982.
- Madame de Lambert
-Studiafacile

RACCONTIAMO LA PUGLIA

Al via il concorso letterario “Corto-testo® Luoghi, personaggi e leggende del Mediterraneo”

di Gianluca Matarrelli

La Puglia: una delle perle del Mediterraneo, antico crocevia di popoli e di culture, dove mare e terra si sposano perfettamente, emanando un profumo di spiagge e di ulivi e sussurrando agli uomini un segreto che parla di antiche gesta, di umiliazione e di coraggio.
La terra pugliese, punto di passaggio tra Occidente e Oriente, popolata prima da greci, romani, bizantini e poi da francesi e spagnoli, custodisce un patrimonio di tesori d’arte, di borghi ancestrali, di antiche leggende, in grado di affascinare e segnare profondamente chiunque vi soggiorni anche per breve tempo.
La Puglia, la prima terra avvistata da Enea al suo arrivo in Italia, immortalata nei versi di Bodini, con i suoi santi che volano, i suoi poeti, i trulli, i castelli, le chiese e le rovine, merita di essere rivelata a quanti ancora non la conoscono e “affabulata” mediante racconti in cui la fantasia individuale si intreccia con la sua storia, i suoi miti, la sua arte.
Edita Srl, società di servizi editoriali e multimediali, indice per il 2010 la IIa edizione del concorso letterario “Corto-testo”. Quest’anno il tema scelto è “Corto-testo® Luoghi, personaggi e leggende del Mediterraneo”. Il progetto editoriale vuole essere uno strumento di valorizzazione culturale della regione pugliese che, grazie alla sua posizione geografica e alle vicende storiche succedutesi nel corso dei secoli, rappresenta un patrimonio di inestimabile valore da rivalutare e salvaguardare con continue e sempre più incisive attività. Con questo concorso si invita a descrivere monumenti, personaggi leggendari o storici, miti, leggende e itinerari di una città o di un borgo pugliesi, facendoli diventare protagonisti o sfondo di una storia immaginaria o verosimile.
La partecipazione è aperta a tutti i cittadini dei paesi appartenenti alla comunità europea. La scadenza del concorso è fissata per il 30 giugno 2010. Sono ammessi al concorso i racconti in lingua italiana, purché inediti, che rispettino il tema del concorso. Si concorre con una o più opere di una lunghezza massima di 16000 battute (spazi e punteggiatura inclusi). I racconti non devono contenere disegni, grafici o illustrazioni di qualunque tipo.
Gli elaborati presentati saranno valutati a insindacabile giudizio da un comitato di lettura interno e successivamente da una giuria composta da esponenti del mondo accademico, del mondo della cultura e dello spettacolo e da professionisti del settore editoriale. Contemporaneamente i racconti saranno votati dal pubblico degli internauti sul sito di Edita (è previsto un premio speciale per il racconto più votato).
Il concorso si concluderà il 20 dicembre 2010. Tra tutti gli elaborati saranno scelti i migliori e pubblicati nel libro “Corto-testo® luoghi, personaggi e leggende del Mediterraneo”.
Il regolamento e la scheda di partecipazione sono scaricabili su www.editaonline.com.

Le stelle di Miss Leavitt

Una donna che ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza dell’Universo

di Sergio d’Amico

Nell’America di fine ‘800, era difficile sfuggire al tradizionale ruolo di moglie e madre che la Società dell’epoca attribuiva automaticamente alle donne. E, per quelle che intendevano realizzarsi nelle professioni intellettuali si apriva, spesso, un futuro pieno di incognite, sacrifici e umiliazioni.                      
Tuttavia, vi furono delle rilevanti eccezioni: fra queste, si può annoverare quella dell’astronoma Henrietta Swan Leavitt, che fornì alla Scienza il metodo per misurare le distanze che ci separano dalle galassie che popolano il Cosmo.

Un Direttore lungimirante

Nata a Lancaster (Massachusetts), nel luglio 1868, figlia di un pastore congregazionalista, Henrietta Leavitt, poco prima del suo 24 – esimo compleanno, si laureò in astronomia, con il massimo dei voti, al Radcliff College. L’anno successivo, ebbe la fortuna di essere assunta, a titolo di volontaria, nel laboratorio dell’osservatorio di Harvard, diretto da Edward Charles Pickering. Egli, a differenza di molti suoi colleghi, apprezzava molto l’attività scientifica che le donne potevano condurre. Perciò, assunse oltre 40 astronome, ognuna con mansioni diverse, e si lamentò spesso del fatto che l’Università non retribuisse adeguatamente le ricercatrici (si andava dai 25 ai 50 centesimi l’ora, cioè lo stipendio minimo). La maggior parte delle dipendenti di Pickering ricopriva incarichi non prestigiosi, come effettuare calcoli e ricopiare dati, ma le più brillanti fra loro dirigevano importanti settori di ricerca.

Un “Harem” molto geniale 

Fra queste, c’erano Williamina Fleming, che coordinava la stesura di un catalogo delle composizioni chimiche delle stelle; Antonia Maury, che classificava delle stelle in base alla loro luminosità; Annie Jump Cannon, che sarebbe divenuta, in seguito la prima docente di Astronomia in un Ateneo statunitense. A completare l’”Harem di Pickering” (come i colleghi maschi definivano il laboratorio di Harvard) vi era, naturalmente, Henrietta Leavitt, cui fu affidato il compito di studiare un tipo particolare di stelle – dette Cefeidi – la cui luminosità variava periodicamente. Il lavoro si svolse, dal 1908 al 1912, sulle foto delle Nubi di Magellano, riprese dall’Osservatorio peruviano di Arequipa, e produsse un catalogo di ben 1777 stelle variabili. Il risultato più eclatante fu quello che il periodo di variazione della luminosità delle Cefeidi era proporzionale alla loro brillantezza.

Una scoperta epocale  

Questo significava che, se fosse stato possibile misurare la lucentezza di una Cefeide, avente un dato periodo, posta a una distanza nota dalla Terra, sarebbe stato possibile ricavare la distanza di qualsiasi altra Cefeide, con lo stesso periodo, semplicemente confrontando le loro luminosità. Questo è ciò che avvenne pochi anni dopo, e Miss Leavitt ricevette i meritati riconoscimenti dalla comunità scientifica internazionale. Ma non potette goderne a lungo. A causa di vicissitudini familiari e di problemi di salute (era sorda), non si sposò, e dedicò tutta la sua vita al lavoro, fino a sfiancarsi: morì, infatti, di tumore a soli 53 anni.

Bibliografia

- Gabbiani Elena, Le Sonnambule. Storia delle presenze femminili nell’Astronomia, pubblicazione a cura del Liceo Ginnasio “M. Gioia”, Piacenza, 2004.
- Johnson George, Le stelle di Miss Leavitt, Codice Edizioni, Torino, 2006.
- Marsi Cristina, Le variabili Cefeidi e la scala dell’Universo, L’Astronomia, n. 41, febbraio 1985.
- McCarthy Martin F., I grandi osservatori: Harvard, in Astronomia, alla scoperta del cielo, vol. 4, Armando Curcio Editore, Roma, 1982.

Articolo tratto da Ripensandoci

La condizione sociale femminile romana

In continua evoluzione.
Da recluse
a un’emancipazione reversibile

di Emanuela Boccassini

A Roma, in origine, le donne vivono un’esistenza paragonabile, per alcuni aspetti, a quella delle ateniesi. Relegate all’unico ruolo possibile di madri, escluse dalla vita politica e sociale della città e sotto il controllo maschile.

Le caratteristiche della donna ideale, la “matrona”, sono pudore, dignità, castità, pietà e onestà. Devono essere moderate in tutti gli aspetti della vita: nell’uso della parola, nell’abbigliamento (vestiti, acconciature e trucco hanno il compito di rappresentarne lo status sociale) e nel comportamento.

Greche e romane a confronto

Come in Grecia, le basilari fasi del percorso di una fanciulla sono il matrimonio e la maternità. Il matrimonio ha come unico scopo la procreazione, la nascita cioè di cittadini romani. Ma, al contrario delle donne greche, il cui ruolo si esaurisce nella «funzione biologica», le romane allattano i propri figli, per infondere loro il sentimento di «lealtà» nei confronti della famiglia e hanno il compito di educarli. Ciò comporta da un lato una maggiore dignità e dall’altro l’accesso al mondo maschile. Come le donne greche, le romane sono affidate alla tutela di un uomo, sebbene le ultime, attraverso accorgimenti e scappatoie, riescano, nel tempo, a limitare il campo d’azione del loro tutore legale. Anche per le romane la sola attività degna di una «donna perbene» è la filatura della lana: il telaio diventa, infatti, il simbolo per eccellenza della condizione femminile ideale.

Potere del padre di famiglia

Nella patriarcale società latina, la donna ha una «limitata capacità», dovuta principalmente alla mancanza di diritti politici e alla necessità del beneplacito del tutore. A causa della loro “debolezza e leggerezza dell’animo” le donne, pur avendo capacità giuridica, non hanno la possibilità di esercitare i propri diritti. La famiglia romana è, infatti, caratterizzata dall’assoluto potere del pater familias, che dispone di tutti i suoi possedimenti: beni materiali, schiavi, figli (che può tranquillamente “esporre”, rifiutandone la paternità) e mogli. Gli uomini ne controllano persino il comportamento. È vietato bere, abortire senza il consenso del marito – motivo per il quale le donne possono essere ripudiate –, e l’adulterio femminile è punito in maniera più ferma rispetto a quello maschile. La fedeltà della donna è considerato un elemento fondamentale per «l’organizzazione e l’ideologia familiare».
Le romane, al contrario dei mariti hanno solo due nomi, il gentilizio (relativo alla stirpe) e quello familiare. Non è identificata attraverso il nome individuale, che per i Romani è come una parte del corpo per cui deve rimanere nascosto a orecchie estranee.

Evoluzioni nel tempo

Nel periodo di maggior splendore della società dell’antica Roma si emancipano e, per alcuni versi, sono rispettate, ottenendo «il riconoscimento formale di una quasi totale parità», pur rimanendo, però, fermo l’ideale della matrona. Tuttavia, nel periodo di crisi (dovuta a fattori economici, politici e culturali), grazie anche all’intervento della religione cristiana, le donne perdono tutta la libertà conquistata nei secoli precedenti.

Approfondimenti

Bibliografia

- E. Cantarella, “L’ambiguo malanno”, Editori Riuniti, 1981.
- F. Cenerini, “La donna romana”, Il Mulino, 2002.
- G. Duby-M. Perrot, “Storia delle donne. L’Antichità”, (a cura di) Pauline Schmitt Pantel, Laterza, 2002.
- S. B. Pomeroy, “Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene e Roma”, Bompiani, 1997.

Articolo tratto da Ripensandoci

Le donne ellenistiche

Da “angeli del focolare”
a donne socialmente impegnate

di Emanuela Boccassini

L’età ellenistica (323 a. C. – morte di Alessandro Magno –, 30 a. C. – conquista romana dell’Egitto) è un periodo ricco di cambiamenti socio-politici, che coinvolgono anche le donne, che partecipano alla gestione del potere e alle quali è riconosciuta «dignità di individuo».

In realtà il cambiamento più profondo avviene all’interno della coscienza femminile. La donna si rende conto delle proprie capacità, dell’autonomia che le compete, dei diritti e dei doveri.

Limitata libertà

Questa “emancipazione” non vale, però, per tutte le appartenenti al gentil sesso, ma dipende dal luogo e dalla classe di appartenenza. Si assiste in quest’epoca a un miglioramento generale della condizione femminile: viene rispettata e stimata, partecipa attivamente alla vita sociale e aumenta il proprio raggio d’azione. Su esempio delle egiziane, le più libere del mondo antico, le ellenistiche possono ereditare, lasciare in eredità, amministrare i propri beni, ipotecare, chiedere e accordare prestiti, esercitare la materna potestà. Hanno la possibilità di «dare le figlie in mogli e sistemare i maschi come apprendisti».

Donne magistrati e governanti

Sebbene la maggior parte sia esclusa dalla vita politica, tuttavia in alcuni casi, le donne riescono a ricoprire cariche amministrative. Un’iscrizione del II secolo a. C. dà notizia di un arconte donna, Istro, e un’altra del I secolo parla di File, primo magistrato donna che ordina la costruzione di un acquedotto e un bacino. In questi, come in altri casi analoghi, sembra che ciò sia dovuto principalmente alla consapevolezza, acquisita dal genere femminile, del potere economico, sfruttato per compiere opere tali da renderle simili o importanti quanto gli uomini. Inoltre, ampliano le possibilità di scelta nel matrimonio. Spesso infatti, al contrario delle epoche precedenti, i contratti matrimoniali vengono redatti dai diretti interessati, senza l’intromissione del padre della sposa – indispensabile in passato – e si nota come «per entrambi i contraenti si riconoscono diritti e obblighi sociali e morali». I due sessi vengono, quindi, collocati su un livello paritario.
Durante l’Ellenismo molte sono le donne di potere, come Berenice, Arsinoe, la quale regna con il fratello Tolomeo II fino alla morte ed è la prima regina la cui immagine compare sulle monete. Le Cleopatra, fino ad arrivare alla più famosa, la settima, l’intelligente e ambiziosa amante di Giulio Cesare e Marc’Antonio. Molte comunque sono le donne che governano accanto ai compagni, come reggenti al posto di figli giovani o per l’assenza dei mariti, o per pura ambizione.

Alfabetizzazione femminile

Aspetto importante è il desiderio di porre rimedio all’analfabetizzazione (che comunque rimane elevata fra le donne). Ad Alessandria, per esempio, si assiste alla «promozione intellettuale» della donna, che può frequentare la scuola accanto ai maschi. Esempi sono forniti dall’apertura della scuola di Epicuro al gentil sesso e dai cinici, che accolgono la filosofa Ipparchia, la quale accompagna il marito Cratete durante i banchetti e in tutte le occasioni pubbliche, contenta di abbandonare il telaio per la cultura.
Le forme di maschilismo a cui si assiste in questo periodo sono paragonabili a quelle odierne, dovute alla “paura” di una donna in carriera e al “fastidio” nel vedere un genere, sino ad allora considerato inferiore, raggiungere, se non addirittura superare, il livello dell’uomo.

Approfondimenti

Bibliografia

- E. Cantarella, “L’ambiguo malanno”, Editori Riuniti, 1981.
- S. B. Pomeroy, “Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene e a Roma”, Bompiani, 1997.

questo articolo è tratto da Ripensandoci

Bianca Laura Saibante

Madre e intellettuale: binomio difficile,
ma non impossibile

di Emanuela Boccassini

Bianca Laura Saibante (Rovereto 1723-1797), membro di un’importante famiglia patrizia della provincia trentina – che si inserisce nelle magistrature cittadine –, è una donna «intelligente, brillante, animatrice di un vivace salotto». 
 Della Saibante è conservata una produzione in prosa (comprendente le dissertazioni presentate in qualità di “Agiatissimo”) e in versi (secondo lo stile petrarchesco) che copre oltre un ventennio. Per il suo carattere forte la Saibante, spesso, viene paragonata alla regina d’Austria Maria Teresa, «autorevole, accreditata dal mondo maschile, ma saldamente fedele al suo ruolo domestico di moglie e madre».
La sua prima educazione si svolge nel Convento delle suore orsoline, dove impara a leggere e scrivere in italiano e tedesco, a disegnare e a ricamare. Prosegue gli studi sotto la tutela dell’abate Girolamo Tartarotti, con il quale impara il “buon gusto”, la filosofia e la letteratura, materie, queste ultime, precluse alle donne.

Opere sulla condizione femminile

Tra il 1754 e il 1761 la Saibante espone in accademia una serie di “ragionamenti”, il cui soggetto precipuo è l’approfondimento della condizione femminile. Dai suoi testi si evince che Bianca Laura cerca di mantenere un perfetto equilibrio tra la tradizione e l’innovazione. Pur costretta ad allontanarsi dalla vita mondana, continua a partecipare attivamente alle dispute filosofiche dell’epoca, mostrando una bilanciata simbiosi tra il ruolo domestico e il desiderio di non rinunciare alla cultura. Individua un esempio di donna in grado di essere «un’efficiente padrona di casa e una saggia madre», e dimostra come le attività femminili possano acquistare dignità, in quanto in grado di permettere a una donna di mantenersi da sola. E si rifà a Platone, filosofo greco che sostiene la necessità di affidare alle donne «il maneggio dei pubblici affari».
Nonostante il suo sia il secolo dei lumi, spesso si ascoltano teorie relative alla “naturale inferiorità, superbia e malvagità” del “gentil sesso” e la dama risponde a tali affermazioni riportando una frase di San Gregorio, «lo spirito non ha sesso», con la quale si sottolinea l’uguaglianza dei due sessi. Con prontezza fa ricadere la responsabilità dei “difetti” delle donne sugli uomini, colpevoli di alimentarli «viziandole e presentando il loro comportamento come dettato da nobili sentimenti, ma in realtà mascherando il proprio disprezzo».

L’Accademia degli Agiati

Dalle riunioni settimanali, iniziate nel 1748 presso la sua casa, con il fratello Francesco Antonio, il futuro marito, Giuseppe Valeriano Vannetti, e due sacerdoti, nel dicembre del 1750 prende l’avvio l’Accademia degli Agiati, attiva fino al 1797, anno della morte del figlio della Saibante.
I fondatori cercano di limitare i «formalismi accademici». Ogni anno eleggono un segretario e ogni mese nominano, secondo le circostanze, un presidente l’“Agiatissimo”. Hanno un archivio e una biblioteca. Secondo l’usanza arcadica gli appellativi dei membri sono dedotti dall’anagramma di nomi e cognomi di ciascuno. Gli incontri e le norme confluiscono nello Statuto approvato da Maria Teresa d’Austria nel 1753. Prima della convalida della regina l’associazione di studiosi conserva l’iniziale animo «salottiero e amichevole, conciliando l’approccio spontaneo e informale con l’esigenza di allargare la propria base fra gli esponenti del patriziato colto della città».
L’attività di Bianca Laura (l’arcadica Atalia Sabina Canburi) nell’accademia copre un arco di tempo che va dalla fondazione fino alla morte del marito, nel 1764, quando si ritira a vita privata, pur continuando a svolgere le sue attività di intellettuale. Nel 1772 lascia le redini dell’accademia nelle mani del figlio, ma da allora gli Agiati hanno un’inclinazione prettamente letteraria e perdono la caratteristica data dai fondatori di «centro di collegamento tra cultura italiana e tedesca».

Approfondimenti

Bibliografia

- G. P. Romagnini, “Dal salotto di casa Saibante all’Accademia degli Agiati: l’avventura intellettuale di una donna nella Rovereto settecentesca” in “Salotti e ruolo femminile in Italia” (a cura di) M. L. Betri- E. Brambilla, Venezia 2004.

Per saperne di più

Sito dell’Accademia Rovetana degli Agiati

Articolo tratto da Ripensandoci

La caccia alle streghe: il livellamento del “diverso”

Il potere dominante attanaglia il genere femminile
 
 di Gianluca Matarrelli
«Ma da sempre tu sei quella che paga di più,
se vuoi volare ti tirano giù
e se comincia la caccia alle streghe, la strega sei tu»
(E. Bennato)
 Spesso, in periodi storici particolarmente critici, caratterizzati da guerre, fame, pestilenza e problemi di ogni tipo, si genera l’esigenza di un “capro espiatorio”, a cui attribuire l’origine di ogni male. Vittime della superstizione popolare e della repressione attuata dai governi sono i “diversi”, persone viste con sospetto in quanto non conducono uno stile di vita “normale”: vagabondi, uomini senza famiglia, eretici, anziani solitari. Ma sono soprattutto le donne, specie quelle non sposate, il bersaglio privilegiato: vedove, mezzane, prostitute, levatrici e guaritrici esperte di erbe. Per molti secoli il potere dominante, fondato sul predominio maschile e su convinzioni misogine, ha relegato il genere femminile all’interno delle mura domestiche. Una donna che rifiuta il ruolo impostole dalla società e che opta per uno stile di vita “diverso” è vista come una minaccia e deve essere eliminata.

I pregiudizi culturali e la diffusione del fenomeno

Le “cacce alle streghe” si concentrano soprattutto tra la fine del ’400 e la prima metà del ’600, conoscendo due ondate: una dal 1480 al 1520 e l’altra tra 1550 e il 1650. In tutta Europa inquisitori cattolici, ministri protestanti, autorità civili di tutti i tipi uccidono decine di migliaia di persone, soprattutto donne, accusate di adorare il demonio e di possedere dei poteri malefici che recano danno a uomini, animali, cose. Inizialmente vengono arsi sul rogo più gli eretici che le streghe. La resistenza alle persecuzioni è particolarmente accentuata in zone marginali geograficamente e culturalmente, dove sono rimasti in vita culti antichissimi. La difficoltà di evangelizzare questi ambienti è allora spiegata assimilando il patrimonio delle credenze popolari alla stregoneria e all’eresia. Ogni forma di resistenza al cattolicesimo o al protestantesimo è imputata alla stregoneria.

La “dottrina” di una persecuzione

Il fenomeno riceve un’elaborazione dottrinale che culmina con la codificazione di un manuale per cacciatori di streghe, il “Malleus maleficarum” (“Il maglio delle streghe”), pubblicato nel 1486 dagli inquisitori Heinrich Krämer e Jacob Sprenger.
Il libro stabilisce i criteri utili per riconoscere e punire le streghe ed elenca i mali di cui queste sono causa, come la morte di bambini nel ventre della madre o dei feti delle mandrie, l’infecondità dei campi, l’ammaliamento di uomini, donne, animali, la sterilità e malattie di ogni tipo. I presunti colpevoli vengono torturati e poi bruciati sul rogo. Di questi, soltanto una piccola minoranza è costituita da criminali; la stragrande maggioranza è invece composta da innocenti.
A metà del ’600 il consolidamento dello status quo dei fronti cattolico e protestante e una fase di relativa pace, insieme alle proteste di alcuni intellettuali illuminati, mettono fine ai massacri sistematici.

Analisi del fenomeno

Ogni persona “diversa” è in potenza un affiliato del diavolo. Alcuni, in effetti, aderiscono al culto di Satana, coltivando l’illusione di riscattare o vendicare il proprio isolamento; molti altri, invece, sono eliminati semplicemente perché visti con sospetto. La confessione della colpevolezza viene estorta con la tortura: le violenze sono tali che difficilmente l’inquisito non conferma le accuse e non denuncia complici. I beni delle vittime e delle loro famiglie sono confiscati fin dal momento dell’accusa. In tal modo la “caccia alle streghe” serve anche per arricchire le autorità ecclesiastiche e il potere temporale. Il motivo principale della repressione resta l’esigenza di ordine: sul piano politico si assiste a livello europeo a una concentrazione sempre più progressiva dei poteri che comporta un “livellamento” di quelle pratiche specifiche di una comunità che sfuggono a un controllo, come alcuni riti agresti di derivazione pagana o il ricorso alla superstizione e alla magia.

La donna ancora vittima

Il numero di donne accusate di stregoneria è schiacciante. In genere una donna è destinata al matrimonio o alla vita monacale, non può approfondire gli studi come l’uomo, né compiere scelte libere o sviluppare le proprie potenzialità naturali. La condizione di inferiorità in cui il genere femminile versa a tutti i livelli della società porta alcuni soggetti, soprattutto quelli particolarmente psicolabili, a delle forme di autosuggestione: convincendosi di possedere davvero arti diaboliche, alcune donne si appropriano, anche se in maniera illusoria, di un potere che la comunità e gli uomini non riconoscono loro. Le donne costituiscono il bersaglio preferito perché il ruolo naturale di guide da esse esercitato nella comunità minaccia il potere delle autorità, il “principio” maschile (in molti casi le donne si occupano della salute, trasmettono le tradizioni; le più anziane dirimono con saggezza le contese). Uomo o donna, chiunque usi la testa rappresenta una minaccia per il potere di una minoranza di privilegiati.

Approfondimenti

A. Giardina – G. Sabbatucci – V. Vidotto, “Manuale di storia”, vol. 2, Laterza, 2002, pp. 134 ss;
La caccia alle streghe

Per saperne di più

L. Muraro, “La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe”, Feltrinelli, 1976.

Articolo tratto da Ripensandoci

La camera azzurra di Madame de Rambouillet il luogo ameno dove nascondersi dal mondo

mme_de_rambouilletdi Emanuela Boccassini

Nella Parigi seicentesca una nobile italo-francese in particolare si impose per il suo stile, per il “décor” e perché dettò le regole del buon costume, della lingua e della letteratura francese: Catherine de Vivonne marchesa de Rambouillet (Roma, 1588 – Parigi, 2 dicembre 1665). 

Non si conosce esattamente la data di apertura della sua “camera”, ma certamente tra il 1613 e il 1618 riceveva regolarmente. La marchesa, sentendosi fuori posto alla corte parigina, decise di ritirarsi a vita privata e di accogliere nella sua dimora, presso l’Hotel de Rambouillet, letterati, nobili e borghesi, che con lei condividevano la bienséances (buona creanza).
Tra le personalità del tempo che frequentarono l’Hotel de Rambouillet, si possono annoverare Malherbe, «riformatore della poesia francese», che coniò, secondo la tradizione arcadica, il termine Arthénice, anagramma del nome della nobile seicentesca, Jean Chapelain, critico, Angélique Paulet, Madame de La Fayette, Madame de Sévigné e tanti altri tra cui Vincent Voiture. Costui può essere considerato il vero portavoce della «rivoluzione culturale» realizzata nel “salotto”, il cui “programma” può essere individuato nei suoi versi e nelle sue lettere, entrati nella «storia della letteratura», nonostante la loro leggerezza e la giocosità.

Il “salotto” come finzione scenica

Caratterizzata dall’uguaglianza dei suoi ospiti, la conversazione della marchesa – che offriva ricevimenti, balli, concerti, gite, giochi di società, letture – donava un luogo di divertimento, di svago, di cultura. Lì si componevano versi e canzoni, lettere e in quel “salotto” si respirava un’aria di leggerezza, di spensieratezza, d’indipendenza dalle passioni, in cui, però, “pochi eletti” erano ammessi. Il bisogno della dama era quello di allontanare e di modificare la vita reale, per realizzare un mondo a parte nel quale migliorare l’esistenza e riportare in vita i dettami dell’ideale cavalleresco, del rispetto verso le donne e delle buone maniere. Per concretizzare questa sua necessità, con l’ausilio dei suoi ospiti, coltivò il romanzo e il teatro, di cui tutti insieme erano «gli ideatori, gli autori, gli spettatori e gli interpreti».

La “camera azzurra”

La marchesa considerava la propria abitazione un «rifugio dal mondo, locus amoenus dove dimenticare la crudezza della vita reale, dove filtrare la fisicità violenta che si respirava nel fango e nel disordine delle strade parigine».
Il luogo in cui riceveva fu soprannominato “camera azzurra” per via dell’arredamento: tappezzerie, tende e decorazioni delle pareti, tutte rigorosamente azzurre. La stanza, progettata dalla marchesa espressamente per ricevere i suoi ospiti, era la camera da letto della dama, la quale «aveva spostato la camera da letto privata nel guardaroba, e aveva fatto della grande camera da letto ufficiale un luogo di ricevimento». Varcata la soglia di casa, si lasciavano tutte le brutture del mondo: entrando nella camera azzurra si iniziava quindi a far parte del “grande gioco della finzione”.

Approfondimenti

Bibliografia

Benedetta Cravera, “ La civiltà della conversazione”, Adelphi, Milano 2001.

Tratto dalla rivista Ripensandoci