In continua evoluzione.
Da recluse
a un’emancipazione reversibile
di Emanuela Boccassini
A Roma, in origine, le donne vivono un’esistenza paragonabile, per alcuni aspetti, a quella delle ateniesi. Relegate all’unico ruolo possibile di madri, escluse dalla vita politica e sociale della città e sotto il controllo maschile.
Le caratteristiche della donna ideale, la “matrona”, sono pudore, dignità, castità, pietà e onestà. Devono essere moderate in tutti gli aspetti della vita: nell’uso della parola, nell’abbigliamento (vestiti, acconciature e trucco hanno il compito di rappresentarne lo status sociale) e nel comportamento.
Greche e romane a confronto
Come in Grecia, le basilari fasi del percorso di una fanciulla sono il matrimonio e la maternità. Il matrimonio ha come unico scopo la procreazione, la nascita cioè di cittadini romani. Ma, al contrario delle donne greche, il cui ruolo si esaurisce nella «funzione biologica», le romane allattano i propri figli, per infondere loro il sentimento di «lealtà» nei confronti della famiglia e hanno il compito di educarli. Ciò comporta da un lato una maggiore dignità e dall’altro l’accesso al mondo maschile. Come le donne greche, le romane sono affidate alla tutela di un uomo, sebbene le ultime, attraverso accorgimenti e scappatoie, riescano, nel tempo, a limitare il campo d’azione del loro tutore legale. Anche per le romane la sola attività degna di una «donna perbene» è la filatura della lana: il telaio diventa, infatti, il simbolo per eccellenza della condizione femminile ideale.
Potere del padre di famiglia
Nella patriarcale società latina, la donna ha una «limitata capacità», dovuta principalmente alla mancanza di diritti politici e alla necessità del beneplacito del tutore. A causa della loro “debolezza e leggerezza dell’animo” le donne, pur avendo capacità giuridica, non hanno la possibilità di esercitare i propri diritti. La famiglia romana è, infatti, caratterizzata dall’assoluto potere del pater familias, che dispone di tutti i suoi possedimenti: beni materiali, schiavi, figli (che può tranquillamente “esporre”, rifiutandone la paternità) e mogli. Gli uomini ne controllano persino il comportamento. È vietato bere, abortire senza il consenso del marito – motivo per il quale le donne possono essere ripudiate –, e l’adulterio femminile è punito in maniera più ferma rispetto a quello maschile. La fedeltà della donna è considerato un elemento fondamentale per «l’organizzazione e l’ideologia familiare».
Le romane, al contrario dei mariti hanno solo due nomi, il gentilizio (relativo alla stirpe) e quello familiare. Non è identificata attraverso il nome individuale, che per i Romani è come una parte del corpo per cui deve rimanere nascosto a orecchie estranee.
Evoluzioni nel tempo
Nel periodo di maggior splendore della società dell’antica Roma si emancipano e, per alcuni versi, sono rispettate, ottenendo «il riconoscimento formale di una quasi totale parità», pur rimanendo, però, fermo l’ideale della matrona. Tuttavia, nel periodo di crisi (dovuta a fattori economici, politici e culturali), grazie anche all’intervento della religione cristiana, le donne perdono tutta la libertà conquistata nei secoli precedenti.
Approfondimenti
Bibliografia
- E. Cantarella, “L’ambiguo malanno”, Editori Riuniti, 1981.
- F. Cenerini, “La donna romana”, Il Mulino, 2002.
- G. Duby-M. Perrot, “Storia delle donne. L’Antichità”, (a cura di) Pauline Schmitt Pantel, Laterza, 2002.
- S. B. Pomeroy, “Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene e Roma”, Bompiani, 1997.
Articolo tratto da Ripensandoci